Pillole per scrittori POV, scrittura

Dimmi che POV usi… e ti dirò chi sei

Qualunque scrittore a un certo punto del suo percorso letterario si imbatte in questo misterioso acronimo: POV. Pare quasi il suono onomatopeico di un pugno, e forse potrebbe essere preso per tale, considerato quanto questo famigerato POV abbia la capacità di far dannare un autore, specialmente alle prime armi.

POV è l’acronimo inglese di “point of view”, in italiano “punto di vista” (PDV). Si tratta di una delle prime scelte stilistiche da fare quando si inizia a scrivere un nuovo romanzo: da quale prospettiva voglio raccontare la mia storia? Chi narrerà le vicende? Il narratore sarà interno alla vicenda o esterno?

I POV nei quali mi sono imbattuta con maggior frequenza da lettrice sono stati la terza persona con punto di vista singolo (il narratore racconta che cosa accade dall’esterno, adottando però lo sguardo di un personaggio in particolare), o la prima persona dal punto di vista del protagonista (molto frequente nei romance e nei chick-lit, per intenderci).

Non è mia intenzione scrivere un articolo dettagliato sui POV, anche perché altri con maggiore esperienza di me si sono cimentati in questa impresa, perciò le fonti di informazione in questo senso non mancano di certo. Quello che farò, invece, sarà offrire come sempre la mia esperienza, nella speranza che ciò che ho dovuto affrontare e imparare possa essere utile ad altri in maniera semplice e immediata.

La prima domanda che potrebbe sorgere spontanea, o almeno per me è stato così quando ho sentito parlare per la prima volta di POV, potrebbe essere questa: che cosa significa rispettare il punto di vista narrativo?

Da un POV all’altro?

Il POV va mantenuto in maniera stabile per tutto il testo: non posso iniziare in prima persona e poi passare alla terza così, di palo in frasca, magari all’interno della stessa scena. Posso scegliere di adottare un punto di vista multiplo, per cui a ogni capitolo possono corrispondere le voci di personaggi differenti, ma non posso guardare alla vicenda attraverso gli occhi del protagonista e poi esprimere sensazioni e pensieri di un personaggio secondario, senza che questi siano in qualche modo da lui esplicitati.

Nei primi editing realizzati sui miei romanzi da editor professionisti, mi sono accorta subito di un errore piuttosto grossolano: il cambiamento inopportuno del punto di vista. A titolo esplicativo vorrei riportarvi un esempio tratto da “Amber”, in cui il POV è in terza persona singola incentrato sulla protagonista, Amber appunto.

Amber sgranò gli occhi stupita. “Il resto della banda?”

L’altro fece una smorfia prima di rispondere. “Ma certo! Pensavate che un brigante come me girasse con solo trenta elementi nella sua squadra?”

“Perdonatemi, lo ignoravo.”

Chinò il capo, arrossendo. Robert la guardò e dovette sorridere, deliziato dall’ombra rosata che le aveva acceso le gote. Le porse un bicchiere colmo di vino.

“Coraggio, non è nulla, beveteci su!”

Non avrei dovuto affermare che Robert era deliziato dall’ombra rosata sulle guance di Amber, perché se il punto di vista è quello di lei, la ragazza non può sapere che lui sia deliziato. In fase di editing, ho optato per questa modifica:

Robert la guardò e dovette sorridere, poi le porse un bicchiere colmo di vino.

Sembrano sottigliezze, ma non lo sono. Occorre tenere a mente questo concetto: se osservo il mondo attraverso lo sguardo di un certo personaggio, questi non può sapere cosa pensano o cosa provano gli altri, può solo formulare ipotesi o impressioni.

I limiti del POV

La scelta del POV può anche rivelarsi difficile da portare avanti. Nel mio ultimo romanzo, Ali di farfalla, in uscita per Triskell Edizioni, ho optato per un punto di vista in prima persona semplice. La narratrice è quindi Catherine, la protagonista, e fin qui tutto bene. Ho aggiunto però una difficoltà in più, senza rendermene conto, lo ammetto: la narrazione al presente. Si ha quindi una sorta di racconto in presa diretta, aspetto estremamente limitante: a differenza di una narrazione al passato, che permette al personaggio di avere coscienza di tutti gli eventi in gioco perché già verificatisi, quella al presente limita molto la percezione del protagonista, perché può contare solo su ciò che scopre al momento, una pagina dopo l’altra. Si è rivelata una fatica immane! Non potevo far dire da Catherine nulla che rivelasse avvenimenti non ancora accaduti, né potevo gettare uno sguardo sul vissuto di altri personaggi, perché avrei violato il POV principale.

In fase di editing è emersa la necessità di dare maggior spessore a due personaggi secondari di un certo rilievo nella storia. In quel momento ho esitato, perché non sapevo davvero come fare. Pensa e ripensa, ho optato per l’inserimento di alcuni mini capitoli scritti dal loro punto di vista, per cui lo spostamento della voce narrante mi ha permesso di gettare un po’ più di luce sulle loro vicende e sul loro vissuto, lasciando loro lo spazio che meritano e arricchendo in tal modo la trama. Ha funzionato? Lo scopriremo quando il romanzo affronterà il giudizio dei lettori! 😉

In conclusione, l’utilizzo del POV è la base da cui far partire la narrazione di un romanzo, ed è una scelta che, una volta fatta, va rispettata. A meno che non si voglia ricominciare tutto daccapo, beninteso. Nonostante sia un aspetto quasi scontato, ciò non toglie che non sia facile e che ponga di volta in volta limiti di varia natura.

E voi, quale POV usate di preferenza? Quali sono quelli che preferite, da lettori?

Con un sorriso,
Antonella Arietano

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